Comune di Valtorta

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I ''ciodaroi''

Ma al di là delle difficoltà e delle disgrazie il paese continuava naturalmente ad avere una sua vita.

A parte agricoltura ed allevamento che costituivano sempre un' attività fondamentale, un quadro preciso dell' attività economica è quello che possiamo trarre da un documento con i dati sugli "Edifici e macchine da lavoro in Valle Brembana" nel 1790. Da esso risulta che a Valtorta erano presenti 1 filatoio, 1 telaio da lino, 27 ruote da molino da grano, 2 macine da olio, 26 telai da tela, 6 fucine da ferrarezza, 26 fucine da chioderia, 2 mole, 2 seghe da legname e 2 fornaci da coppi, pietre e calcina.

Quello che si nota è che, malgrado la chiusura delle miniere, la tradizione della lavorazione del ferro, mestiere tramandato di padre in figlio, era ben viva, per non dire fiorente.

Tra il 1806 e il 1808, ad esempio, a Valtorta si produssero annualmente 3100 pesi di chiodi (circa 250 quintali). Nello stesso periodo a Cassiglio se ne produssero ben 5100 pesi all'anno; va però precisato che mentre a Valtorta erano occupati lO fabbri, 20 carbonai e 49 ciodaroi, a Cassiglio si dedicavano alla produzione di chiodi tutti gli abitanti del paese, comprese le donne, oltre a un certo numero di operai provenienti da Ornica, Santa Brigida e dalla stessa Valtorta. (1)

Oltre ai chiodi, si producevano coltelli, accette, ferri di cavallo, chiavi, utensili da cucina e tutta una gamma di attrezzi per la lavorazione del legno e per le diverse attività artigianali locali.

Il ferro impiegato proveniva dai forni di fusione di Branzi e Lenna che però furono definitivamente chiusi attorno al 1820. Da allora tutto il ferro fuso dovette essere importato dalla VaI di Scalve. Due terzi dei chiodi prodotti erano destinati alla ferratura dei cavalli che venivano poi messi in commercio non solo nel Lombardo-Veneto, ma anche in Piemonte, nel ducato di Parma e Piacenza, in Romagna e nei porti di Ancona e Senigallia.

Agli "artisti" dei chiodi di Valtorta, come li definì il Maironi, dedicò una poesiola Celestino Milesi, a sottolineare in tono scherzoso come il loro lavoro fosse assai più faticoso che redditizio.

E in effetti l'attività di produzione dei chiodi andò via via declinando per diversi motivi: la dimensione poco più che familiare delle chioderie con conseguenti difficoltà a stare al passo con l'innovazione tecnologica, la chiusura di miniere e forni in tutta la provincia e quindi l'impossibilità di disporre della materia prima, ma anche le difficoltà di comunicazione e di trasporto per la mancanza di una strada carrozzabile che arriverà a Valtorta solo ad inizio Novecento.

Sia la ghisa che i chiodi e il materiale finito erano trasportati a dorso di mulo o anche con i gerli e d'inverno con le slitte. A questo trasporto erano adibiti in particolare donne e ragazzi. Piegati dal peso e in equilibrio precario su zoccoli di legno chiodati, essi percorrevano avanti e indietro la mulattiera da Valtorta a Cassiglio o alla Valsassina.

Ciò non toglie che la tradizione mineraria ebbe ancora nel corso del tempo qualche sussulto. Sappiamo ad esempio che nel 1895 sul monte Camisolo fu riattivata una miniera da parte di due operai della Valsassina che la cedettero dopo pochi anni a una società inglese: la "The Camisolo Mines Limited" che ne ricavava piombo e baritina trasportati in Valsassina.

Un certo Annovazzi Bernardo tentò di riaprire una miniera nel 1916 ma senza fortuna e abbandonò l'attività nel 1922, non disponendo di mezzi tecnici adeguati.

(cenni storici tratti dal volume ''Valtorta, i luoghi della storia'', di Tarcisio Bottani e Felice Riceputi, edito dal Museo Etnografico A.V.B. del Comune di Valtorta).




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